Danzare per me significa entrare profondamente in contatto con l'essere supremo, con l'uno che è al di sopra di tutte le religioni e che si esprime come presenza viva in ogni essere umano. Fiduciosa, l'anima si apre al divino, per poi donare agli altri questa luce nella gioia del ritmo.
Roberta Arinci nasce a Bergamo il 16 febbraio 1966. Dotata di talento per il disegno, le viene consigliato il liceo artistico, ma la contestazione impedisce il regolare svolgimento delle lezioni, così «mio padre mi ha detto: gli anni dello studio sono preziosi, non possono essere sprecati. È più fruttuoso un liceo linguistico; negli anni a venire, la padronanza delle lingue sarà fondamentale per muoversi nel mondo». Il consiglio non poteva essere più profetico, giacché senza conoscere l'inglese non le sarebbe stato possibile andare in seguito in India a studiare.
All’età di dodici anni conosce la pittrice Dolores Puthod e diventa amica della figlia Marialuisa, oggi anch’essa pittrice. Come amica di famiglia, trascorre intere estati nella loro casa in Lunigiana. Quest'esperienza resterà per sempre come estremamente formativa. Dal legame affettivo forte («ricordo la prima volta che Lulù mi presentò a sua madre : le dissi poi “deve essere difficile avere la stima di tua madre”. Quando mi sono sposata, Dolores mi ha donato delle sue litografie con questa dedica “a Roberta, mia figlia elettiva” e, alla nascita di Filippo, la sua monografia con scritto “A Roberta con grande affetto, sempre ricordando i momenti felici passati insieme”») nasce il discepolato artistico, in un vero rapporto di guru-sisha parampara.
Conclusi gli studi liceali ad indirizzo linguistico, si iscrive alla facoltà di lettere con indirizzo artistico all’Università di Pavia e dà alcuni esami. Il liceo, con una forte base umanistica, le ha lasciato intatto l’interesse per l’arte, ma con un approccio accademico, non di realizzazione concreta della stessa “è difficile renderti conto, se non sei stato incoraggiato nell’arte nei primi anni di vita , che l’artista che vuoi studiare sei ti. Certo, disegnare mi è sempre piaciuto, alle scuole medie amavo suonare il flauto dolce e a casa studiavo con passione; ripetevo sull’organo per bambini le melodie imparate e le ore volavano… Per due anni ho studiato anche chitarra classica, poi il liceo ha fatto piazza pulita di tutte le aspirazioni artistiche”. Inquietudini spirituali sembrano complicare il panorama. Frequenta vari gruppi di ricerca spirituale: “ricordo che avevo una radiolina portatile che ascoltavo la sera prima di addormentarmi. Per caso, incrociai l’emittente degli Hare Krisna, che mai frequentai personalmente. Ascoltavo le loro preghiere alla divinità cui erano devoti e mi colpì il loro affetto, pieno di calore e di serenità, un rapporto con Dio senza angosce. Non riuscivo a ritrovare la stessa atmosfera in chiesa, né nella gente, né nel sacerdote. Eppure mi sembrava un atteggiamento importante, anche se, nel loro caso, era totalmente acritico e io, pasionaria della storia della filosofia, forse un po’ kantiana (Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me), non mi ci ritrovavo.”
Esperienze e aspettative insoddisfatte sedimentano dentro. Nasce l’ interesse per il canto gregoriano, per eccellenza la forma d’arte più coniugata al sacro nella cultura occidentale. Cultura occidentale che Roberta sente, dagli studi liceali, in sterile declino nei suoi valori. Anche questo è un dato importante per capire la scelta di un’arte sacra in un’altra cultura, non a caso una cultura, quella indiana, profondamente intrisa di rapporto col divino. Nel canto gregoriano arte e spirito finalmente trovano unità, ma non pace, almeno per Roberta, giacché “un amico, fuori da San Marco, mi mostrò il libro di canto, al termine di un messa cantata: le note quadrate! (i neumi), ma come fai? “Beh, si va un po’ su e un po’ giù, poi si impara. Tu però non puoi venire, il maestro Vianini vuole solo gli uomini”. A quel tempo, il coro del M° Vianini era infatti esclusivamente maschile. Dunque, buca!
Tornando al disegno, ma pensando sempre a una realizzazione concreta dell’arte, Roberta decide di disegnare gioielli. Trova aiuto e si impegna in alcuni progetti, uno dei quali viene venduto. Ma ancora non basta. Roberta sente che c’è dell’altro, e bisogna lavorare per farlo uscire. Pensando di ampliare le sue conoscenze nel disegno, rammenta la storia di Bernini che, “dall’alba al tramonto, per tre anni, aveva copiato le statue dei Musei Vaticani”, come dicono i suoi biografi. Dove andare? Le uniche statue a Milano sono al Museo del Duomo e, anche se non hanno la grazia delle proporzioni della statuaria greca, costituiscono sempre un modello dal vivo. Qui piacerebbe a Roberta aprire la polemica sui gessi che il Canova aveva voluto per gli allievi dell’Accademia di Brera, tuttora, a che ci consti, impacchettati nei depositi: “Un’arte che ha perso il suo lato artigianale per far spazio al concetto meramente intellettuale e che ha perso il rapporto personale tra maestro e allievo potrà dare esiti artistici interessanti che non voglio discutere ma ha irrimediabilmente perso la sua funzione di glorificazione del divino nella nostra vita, come era del resto nei suoi intenti, e non incontra né il mio gusto né i miei interessi, poiché è staccata dalla morale e dal Vero. Non è più in aiuto alla vita, non è più arte per la vita, ma vita per l’arte, con esiti, tra l’altro, tutt’altro che terapeutici.”
Dunque Roberta chiede e ottiene, dall’Architetto Brivio della Veneranda Fabbrica del Duomo, il permesso per tre mesi di disegnare nelle sale del museo. Una memorabile sera del novembre 1987, terminata la giornata al museo, sente un’inquietudine che la spinge ad attardarsi, prima di rincasare. Cammina per le vie del centro, senza una meta, e sente che c’è qualcosa… Si siede in un bar a leggere il giornale. Basta uno sguardo al titolo dell’articolo (“la danza indiana narra il Vangelo”) sullo spettacolo che sta per tenersi, poche ore dopo, all’Auditorium San Fedele per capire di aver finalmente trovato la strada: «Ho sentito dentro una voce che diceva “io seguirò quest’uomo, anche se fosse un ciarlatano”. E’ incredibile come nei momenti cruciali della vita si abbiano le idee chiare. Penso che, quando non si sa il da farsi, davvero convenga cercare, ma tacendo e aspettando».
Dopo aver assistito a una rappresentazione di danza Bharata Natyam eseguita da Francis Barboza, sacerdote cattolico indiano, decide, a 21 anni, di imparare quest'antica arte. Si reca in India a studiare con Sikkil Vasanthakumari e debutta come danzatrice a Madras nel settembre 1989. In seguito studia con Barboza a Bombay, con ripetuti soggiorni al Gyan Ashram, Institute of Performing Arts. La sua carriera artistica include, fin dall'inizio, oltre ai tradizionali temi tratti dalla mitologia hindu, anche l'esecuzione di soggetti cristiani. Sempre in India studia canto carnatico.
Si sposa nel 1990 con Alberto Castoldi, ingegnere elettrotecnico, che la incoraggia e la sostiene nella creazione di Abhirami Studio, non solo una scuola di danza, ma un vero centro culturale che promuove l'incontro tra artisti d'Oriente ed Occidente.
Nel 1997 nasce Amalia Ambika e nel 1999 Filippo Rajiv. Riducendo di molto l'attività, Roberta si dedica ai figli a tempo pieno. Per farli crescere in un contesto più protetto e a misura di bambino, nel 2000 si trasferisce sul Lago Maggiore, a Portovaltravaglia, dopo tre anni passati a fare avanti e indietro tra la casa sul lago e l'appartamento di Milano. La sua carriera pubblica ne soffre, ma la sua esperienza umana ed artistica ne vengono arricchite. Man mano che i figli crescono, Roberta riprende il suo percorso: coniugando l'attività di danzatrice e d'insegnante con gli impegni familiari, riprende l'attività, con stages, conferenze, seminari e spettacoli; ma non solo: entra anche a far parte del coro Schola Gregoriana Mediolanensis.
Dopo aver fatto a lungo in questo modo la «pendolare dell'arte», Roberta nel 2005 decide di tornare a risiedere a Milano per poter essere più vicina alle sedi della sua attività artistica.
Inserito Ven - Aprile 8, 2005, 10:53 p. in
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