Danza sacra in San Fedele
Estratto dall'articolo apparso su Specchio,
settimanale allegato a La Stampa del 23 dicembre
2006.
Sabato sera in una bella chiesa del centro di Milano assaltato per
lo shopping natalizio, a un passo dalla Galleria e dal suo gigantesco abete
luccicante di cristalli: qualcuno, esausto di compere e regali, entra per la
Messa prefestiva delle sei e mezza e crede per un attimo di aver sbagliato
posto, orario e forse anche continente. La musica è quella d’organo,
le parole di «Noi canteremo gloria a te», ma la processione che
s’avanza, a parte sei sacerdoti in bianco, è fatta di donne in sari
di seta arancio e verde, viola e turchese, rosa e giallo; colori che contrastano
col grigio austero di questa grande chiesa dei padri gesuiti. E poi queste donne
danzano. Alla maniera indiana, alcune in scarpine da ballo, altre a piedi nudi
sul marmo, una in mocassini. Alcune portano veli e maglie corte (la pancia
però è sempre coperta), i capelli son raccolti, una ha la piega fresca
di parrucchiere. Sono tutte italiane anche se una ha tratti indiani; ciascuna ha
potuto dare un po’ di corda alla sua personale esuberanza con collane,
braccialetti, cavigliere tintinnanti e fermacapelli in strass. Il tutto davanti
all’altare, dove la danzatrice più brava del gruppo, dopo la
Comunione, danza sola e sparge petali di rose.
Finita la musica e
ferma la danza, la piccola processione colorata si sistema nelle panche e
ascolta il sacerdote che prima di dir Messa spiega che succede. Dice che è
una festa, un modo per chiudere in gioia l’anno saveriano, dedicato a san
Francesco Saverio, missionario in Asia. Una festa, certo, ma pure chi è
capitato lì per caso intuisce che si tratta anche di una
«sperimentazione» nella liturgia. Il sacerdote spiega: «Avete
visto e vedrete durante questa Messa alcuni momenti di danza, parola che
rischia di essere capita male»; cioè non ballo né spettacolo
né esibizione, ma «accompagnamento nei momenti di meditazione e di
ringraziamento», vale a dire all’ingresso, all’offertorio, dopo
la Comunione.
Non a caso siamo a Milano, dove due anni fa
l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha esortato i parroci a rifuggire
noia e sciatteria nelle funzioni e a farsi venire buone idee per tornare a
riempir le chiese. Non a caso siamo in san Fedele, uno dei centri culturali e
religiosi più vivaci e aperti alla sperimentazione e all’incontro fra
culture diverse. Qui un padre gesuita tiene un corso — affollatissimo
— sul «corpo nella preghiera»; qui, da qualche mese, Roberta
Arinci insegna «danza liturgica», ovvero danza classica indiana
adattata ai temi cristiani.
«Insegno a usare il corpo come
strumento per pregare». Non si tratta di prendere musiche e movimenti
orientali e inserirli così come sono nella Messa, ma di utilizzare quelle
«tecniche» per dire i misteri cristiani. «Perché la danza
sia fatta come un atto sacro non basta una rigorosa preparazione artistica,
bisogna aver seguito prima un percorso spirituale personale».
Lei lo ha fatto in India per molti anni sotto la guida di padre
Francis Barboza, un sacerdote indiano cattolico che utilizza i gesti della danza
tradizionale indiana (i deva hasta, vero linguaggio muto creato per
rappresentare le storie della mitologia indù) per raccontare le
storie della Bibbia. Partendo da quelle ricerche la Arinci ha preparato
una versione danzata del racconto della Genesi,
dell’Annunciazione, del tradimento di Giuda, della Passione di
Cristo.
Non sono solo «pezzi» pensati per esibizioni da
solista, ma per l’assemblea: «Ho preparato anche una versione
musicata del Padre Nostro con gesti che si possono eseguire restando nelle
panche». Tentativi, esperimenti.
Ma le allieve milanesi
della Arinci sono consapevoli di tutto questo o ad attirarle è anche il
fatto che l’India va di moda?
«Ci sono tanti modi di
servire il Signore e questo è uno», spiega Serena Del Mare nel suo
sari dorato. È una delle allieve del corso, di quelle che hanno danzato in
san Fedele. «È come il Gregoriano, ci vuole la fede, e anche la voce.
Se sei un pezzo di legno è meglio lasciar stare».
Ma
per portare la danza indiana nella sua chiesa il parroco ha dovuto chiedere un
«permesso»? Ha avuto critiche?
«No,
l’eccezionalità del contesto fa sì che sperimentazioni come
questa siano accettate», spiega padre Eugenio Costa, parroco di san Fedele
da due anni, per 30 operatore culturale al Centro Teologico dei Gesuiti di
Torino e da sempre studioso di musicologia e collaboratore Cei per la liturgia.
«Però è chiaro che bisogna andare cauti, i rischi di derive ci
sono e quindi bisogna che i presupposti siano seri». Vien da chiedersi
però quali siano i riferimenti teologici... «Non sono tanto gli
accenni alla danza nella Bibbia, ma il tema dell’Incarnazione».
Padre Costa crede nell’importanza di arricchire la liturgia di
gesti che aiutino a vivere meglio il rito sacro. «Il corso su
preghiera e corpo ha un successo enorme, vuol dire che c’è un
bisogno. Del resto nella cultura occidentale il corpo è stato tenuto legato
da secolari stereotipi di compostezza o semplice ritrosìa. Così la
danza nel contesto europeo è fuori dal sacro e il momento della preghiera
è associato all’immobilità assoluta. Siamo pigri spettatori,
rigidi e stanchi anche nei pochi “movimenti” rimasti, tipo alzarsi
in piedi, inginocchiarsi, alzare le braccia al Padre nostro...».
Sara Ricotta Voza
Inserito Mar - Gennaio 23, 2007, 06:20 p. in
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