Ho assistito qualche giorno fa sera al concerto intitolato "Misa
Flamenca", tenutosi nella chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio. La
"Misa Flamenca" in programma nella rassegna "
La musica dei cieli" è opera di
Paco
Pena, che l'ha eseguita in anteprima nel 1991 al Royal Festival Hall
di Londra. La sua composizione rispetta i temi e i contenuti dell'ordinario
della Santa Messa e vibra della forza della musica gitana. Prevede la
partecipazione di un ballerino di flamenco per alcune parti soltanto.
Occupandomi di danza liturgica, desidero esprimere miei commenti senza
permettermi di esprimere giudizi sull'esecuzione musicale.
Penso che
si potrebbe ricercare nella direzione di una esecuzione di questo tipo di
musica, scritta per la Santa Messa, in un ambito para-liturgico, o comunque di
tenere il tono della rappresentazione su questo registro: è possibile. Da
ciò che ho personalmente esperito e visto, mi sembra emergano alcune
condizioni necessarie per la realizzazione di questo, che è auspicabile per
non dire doveroso, trattandosi di musica espressamente composta per la liturgia.
Nessuno vieta di rappresentare la "Misa Flamenca" in forma di concerto, con
tutte le consuetudini del caso: assoli vari prima per dare un crescendo non solo
emotivo ma anche una progressione in senso musicale, bis di rigore eccetera. Ma
non posso trattenermi dal fremere quando vedo usare una chiesa, casa di Dio,
luogo di preghiera e di silenzio, tempio della riconciliazione e luogo dell'
incontro che dà la vita, per una situazione che, in forza di cose, ingenera
atteggiamenti che personalmente non riesco più a sopportare, e vorrei
invitare con questa mia altri a sollecitare che non vengano più tollerati.
La gente parla: parla tanto, poi il volume di quell'interpretazione tutta da
discutere del silenzio come "parlar sottovoce" pian piano aumenta... e nessuno
si ricorda più di essere in chiesa. E il padrone di casa cosa fa?
Perché non trema all'idea di dover rendere conto a Dio di cosa lascia fare
nel Suo tempio? Basterebbe suonar la campanella a distesa e pronunciar cinque
parole : " Siamo in chiesa. Fate silenzio". Ma non lo fa. Allora sorge spontanea
la considerazione che era meglio, per questo tipo di incontro, adoperare uno dei
tanti auditorium o sale da concerto di cui la città non è
avara.
Il bis: scelta musicalmente ovvia, il Santo. È breve,
ritmato, con un crescendo finale. Il pubblico è caldo, il coro non sta
più fermo da un pezzo, la gente batte le mani; è flamenco, bellissimo.
Ma ecco, volendo mettere l'esecuzione della musica da liturgia al suo giusto
posto, il bis non dovrebbe nemmeno esserci. C'è tanta musica flamenca da
suonare e ballare; possiamo sceglierne altra, se abbiamo voglia di un lecito
godimento musical-coreutico. So che spiace, che la musica è bella , che
è bello godere assieme, ma se vogliamo rispettare lo spirito di un rito,
ricordiamoci che nessuno si sognerebbe di ripetere un credo:
ite missa
est, andate, con tutte le benedizioni, ma andate. Nella danza sacra indiana,
con la quale sono cresciuta artisticamente, la rappresentazione si conclude con
un "gran finale", un bel pezzo di bravura, cui segue il
mangalam, l'amen,
dopo il quale non è pensabile alcun bis, che infatti non ho mai fatto,
nemmeno quando me lo hanno chiesto. Astenersi dall'eccedere, o anche solo dal
rischio di farlo, a costo di privarsi di un piacere, è una delle regole
che, a mio modesto parere, garantiscono che il clima sia davvero quello della
preghiera. Inoltre: Santo. Sappiamo che per gli ebrei il nome identificava la
persona, cioè pronunciarne il nome significava fare appello alla sua
più profonda essenza. Pensiamo alle volte in cui Gesù ha chiamato
qualcuno per nome, volendo “chiamare fuori” qualcosa di profondo in
lui. Personalmente, ho sempre pensato al
Sanctus come a una preghiera
forte, forse la preghiera per eccellenza : non stiamo implorando, non stiamo
chiedendo perdono, non stiamo ringraziando, stiamo contemplando.
Santo
è Dio stesso, lui che ha un nome impronunciabile, un nome che lingua umana
non può dire. Perciò, cantare il
Sanctus, significa santificare
Dio, rendergli la Sua propria gloria, la prima, che è quella di essere
santo. Santificare Dio è la prima cosa da fare, ce lo ha insegnato
Gesù nel Padre Nostro. E santificare il nome di Dio, è santificare Dio
stesso. Forse il
Santo è un brano che non dovrebbe uscire mai dalla
liturgia, perché “non sia nominato il nome di Dio invano” o,
comunque, mai cantato senza concentrarsi un attimo sul significato del canto che
è effettivamente diverso dagli altri canti, decisamente più mistico.
L'altra sera, nel bis, tutta quella partecipazione sbracciata lasciava il
retrogusto di un sospetto. La danza flamenca in chiesa: se qualcuno ha ancora
dei dubbi che la danza possa essere preghiera (una potenzialità, non un
fatto scontato), ha fatto male a perdersi quel ballerino.
Tabernacolo
aperto e Santissimo in trasferta : scusa, mi presti casa tua per la mia festa, e
ti spiace sgomberare per favore? Queste sono ipocrisie che devono finire.
Auspico che chi di dovere picchi un pugno sul tavolo e dia severe, precise e
concrete indicazioni per l'uso di un luogo sacro e per l'usufrutto di tali
meraviglie musicali, nate con il solo intento di celebrare la gloria di Dio e
avvicinare gli uomini a Lui. Per concludere, mi sembra si possa provare a
ravvisare qualche condizione tra quelle che sono
sine qua non per
l'incontro col Mistero attraverso la musica (e, non diversamente, la danza). Il
discorso non vale, ovviamente, per la forma di concerto. 1) arginare
l'ego degli artisti, che si devono esibire solo per lo stretto necessario, con
il giusto orgoglio del proprio lavoro, ma alla Presenza: oseresti abbondar di
parole, con chi sa già cosa vuoi dire? dunque niente assoli prima della
musica liturgica. 2) non concedere bis. 3) chiedere agli
spettatori il silenzio, ma quello vero. 4)
last but not least,
dare al pubblico la possibilità di seguire i testi dei canti!
Inserito Mer - Dicembre
13, 2006, 12:21 p. in
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