A Messa con gioia e a passo di danza
La mano destra che sale dall’addome, indice e medio
sollevati, mentre la mano sinistra sta sotto, aperta nel segno della nascita.
È solo un gesto ma, nelle danze liturgiche di Roberta Arinci, rappresenta
lo Spirito Santo.
Nella chiesa di san Fedele a Milano, dal 5 ottobre,
anche quest’anno Roberta danzerà la sua fede, muovendo le mani,
alzando lo sguardo, elevando col proprio corpo una preghiera: Agnus Dei,
Kyrie: Signore abbi pietà, non permettere che cadiamo in tentazione,
Amen.
«La preghiera è meditazione personale e intima
e il corpo non può prescinderne. La presenza fisica non ha alternative:
tutto sta a modellare espressione e comunicazione, ispirandole
dall’interno, in modo che il corpo si lasci abitare dallo Spirito».
Così padre Eugenio Costa, parroco della Chiesa milanese dove la Arinci
promuove corsi di danza liturgica. Che è un terreno di frontiera,
sperimentale e al tempo stesso antico come la religione. Il religioso non ha
dubbi. Teologo, musicista, per più di 30 anni operatore culturale a Torino
e oggi collaboratore dell’Ufficio Liturgico nazionale della Cei, ci spiega
che: «Il tema teologico dominante è quello dell’Incarnazione: il
Verbo di Dio si è fatto carne, assumendola in toto. E lasciandone
un’impronta, che non possiamo perdere». Perché «la
sacralità autentica è tutta nella persona divina e umana di Cristo:
non vi sono altri parametri, se non si vuol ricadere in un sacro di tipo pagano.
La liturgia tematizza l’intera vicenda di Gesù e del suo Corpo, la
Chiesa. Ora sta a noi, come assemblea di discepoli, nella nostra cultura,
intuire forme e modi di partecipazioni».
Sicuramente, uno dei
modi è quello di Roberta Arinci, danzatrice e coreografa che da due anni,
in collaborazione con i gesuiti, cerca di «aprire una finestra
nell’anima della gente», come ci racconta. Un po’ catechesi e
un po’ preghiera, dunque, «senza lo scopo di formare un corpo di
ballo per la messa, ma cercando di dare la consapevolezza del proprio corpo
nella preghiera». Posto in questi termini, il tentativo di danzare la fede
nella terra di sant’Ambrogio appare certamente come una sfida, ma che
può essere raccolta. In una recente intervista, già il cardinale
Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il culto divino, era stato
possibilista sull’introduzione della danza nella liturgia. «In
effetti – concorda padre Costa – il problema è soltanto quello
di capire il significato che diamo al termine danza. Penso che sia sbagliato
dire di no a priori a questi esperimenti durante le messe, ma anche nelle
veglie, nelle processioni e in altri momenti di vita della comunità
cristiana. Non è poi detto che la nostra cultura occidentale abbia
l’ultima parola e poi dobbiamo darci una svegliata. Le nostre messe sono
troppo codificate e stanche. Siamo pigri, spettatori. Invece, la liturgia non
è l’esecuzione di un copione, ma i gesti e le parole hanno un preciso
significato. Ci sono quattro gesti codificati nei libri liturgici e molti ne
vengono incoraggiati. Ma siamo sicuri che i nostri fedeli li conoscono? Non
credo, dal momento che si “vergognano” anche di alzare le mani
durante il Padre Nostro!».
Se lo stesso cardinal Martini,
proprio a Milano, richiamava la necessità che la Chiesa, attraverso
l’arte, rendesse percepibile e affascinate il mondo dell’invisibile,
la sfida, secondo padre Costa, è quella di recuperare la
«consapevolezza del corpo, luogo inevitabile dell’atto liturgico, ma
spesso tenuto legato da secolari stereotipi di compostezza o forse soltanto di
ritrosia». L’emulazione delle danze sacre indiane, di cui peraltro
quelle liturgiche sono «cugine», è sicuramente fuori luogo, ma
è pur vero che «ormai le frontiere, culturali ma anche artistiche, si
stanno rompendo». Certo, un rischio esiste e padre Eugenio ne è ben
consapevole: «Il timore è quello di qualche deriva, occorre andare con
i piedi di piombo verso queste esperienze e fare, soprattutto, un grande lavoro
di formazione, anche perché eseguire danze durante la messa crea problemi
pratici. La stessa disposizione dei banchi è un ostacolo e poi occorre
valutare se l’esecuzione deve essere solistica o può anche diventare
collettiva…. Il rischio maggiore è quello di spettacolarizzazione e
esibizionismo, ma non lo è stato, all’inizio, anche per il canto? Per
questo, evitiamo di demonizzare un processo che, invece, può rivelarsi
molto utile, anche per l’incontro tra culture». Rimane aperta la
domanda sul come e sul quando, conclude il religioso, «le nostre assemblee
occidentali, senza forzare le proprie radici culturali, ma anche superando
antiche rigidità e costrizioni, sapranno e vorranno offrire a Dio una
presenza più coinvolgente e, a se stesse, come icone del Corpo del Signore,
una figura, forse più appropriata, della Chiesa in festa».
Agnese Pellegrini
Inserito Gio - Gennaio 4, 2007, 11:43 m. in
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