Concerto a Chiaravalle

Articolo sul concerto della Schola Gregoriana Mediolanensis tenutosi nell’ Abbazia di Chiaravalle a Milano il 18 dicembre 2004 …

Il concerto di sabato mattina è stato emozionante e intenso. Soprattutto seguire le prove che precedono il concerto è stato utile e interessante per carpire alcuni dei presupposti del canto gregoriano. Innanzitutto il silenzio. È richiesto ai cantori dal Maestro prima del canto e in tutti quei momenti intermedï, come le pause tra un brano e il successivo, gli spostamenti in chiesa e la vestizione. Quest’ultima svolge anch’essa un ruolo di primo piano: similmente al danzatore di teatro-danza Kathakali quando mette sul capo la tiara, alla danzatrice di danza sacra indiana quando lega le cavigliere, il cantore di gregoriano indossa l’abito dei monaci, la cocolla, assieme al silenzio, appropriandosi entrambi. Il silenzio lo aiuta a calarsi nello spirito degli autori di queste antiche melodie. È necessario abbandonare il chiasso della città (per fortuna l’Abbazia è ancora circondata da prati), il vagare disordinato dei pensieri per trovare, nel vuoto del silenzio, l’esperienza di Dio avvolto dalla nube, l’ascolto della Sua presenza dietro il velo. La cocolla invita a rinunciare, come i monaci, a tutte le forme che diamo solitamente al nostro vivere per assumere la forma informe, al di sopra di tutte le forme, dell’abito che riveste di luce. Anche i volti limitano le loro espressioni e nessun ornamento disturba questa uniformità; talvolta anche solo un’acconciatura dei capelli parla della nostra appartenenza al mondo.

Non si può non notare la particolare maniera che ha il Maestro Vianini di muoversi mentre dirige il coro, forse ancor più evidente durante le prove, in cui non c’è finzione. Tutti i cantori sono rispettosi della sacralità del luogo come della spiritualità del canto; molti si muovono in punta di piedi e i passi della solista sono leggeri, come la sua voce angelica, tanto da sembrare incorporei. Eppure il Maestro si sposta come se avesse timore di infrangere qualcosa di delicatissimo. Un uomo della corporatura e statura del Maestro non si muove abitualmente in quel modo, ma c’ è un Mistero da custodire nel silenzio come nella consapevolezza dei movimenti del corpo, tra leggerezza e lentezza: «Allontana da me i movimenti scomposti, o Dio, affinché possa riconoscerti» (Sant’Agostino, Soliloqui).

Si ravvisa la presenza dello Spirito nel soffio vitale che dà vita alle parole del canto. Il gregoriano non è un canto sillabato; i melismi, quelle «divagazioni» melodiche sulle vocali delle parole, sono in assoluta rispondenza al testo: ne devono infatti far risaltare il senso perchè sono al suo servizio. La Parola acquista «più vita» grazie al respiro del canto e si fa carne realmente.

Il canto gregoriano, come eseguito dal Maestro Vianini e i suoi cantori, è stimolo potente alla contemplazione del Mistero. Sono presenti infatti tutti i quattro stadi della preghiera dei Padri:

lectio (lettura dei sacri testi), spesso si cantano i salmi della Bibbia;

meditatio (digressione conoscitiva); la deve fare il cantore con i testi prima di imparare la melodia, capendoli e interiorizzandoli, e l’uditore leggendo la traduzione prima del concerto. Non ci può essere un godimento puramente musicale del gregoriano, avulso dalla sua intrinseca spiritualità: questo canto è preghiera e il senso dell’udito dev'essere spiritualizzato, ripulito dalla golosità uditiva meramente sensoriale. Favoriscono la conquista di questo livello tutte le esperienze di tipo sottrattivo; torniamo al silenzio, che tutto spiega: il canto del silenzio, un paradosso tipico del mondo dello Spirito, dove la logica di Dio è diversa da quella degli uomini;

oratio (recitazione di preghiere), i testi cantati nel gregoriano sono tutte preghiere;

contemplatio (a faccia a faccia con Dio), ciò che la pratica e l’ascolto del gregoriano lascia nel nostro animo è individuale e indicibile ma è comunque un’esperienza di Dio.

Di immenso fascino è ascoltare il canto della Schola provenire dal transetto della chiesa, quando i cantori in processione si avvicinano agli stalli del coro. Questo è particolarmente vero quando si tratta delle melodie che ha scritto lo stesso San Bernardo, fondatore di Chiaravalle. Anche l’ascolto di un concerto con i cantori nell’abside, come il 14 novembre scorso, nella stessa abbazia, favorisce la preghiera, perché il canto giunge alla navata spersonalizzato; non individuiamo i singoli cantori e il suono è fuso e raccolto, per arrivare intatto, ma forse più leggero.

Anche l’ultimo canto viene eseguito camminando : i monaci, compiuto il loro servizio al Signore, tornano nelle loro celle e i cantori, tolto l’abito, al loro lavoro. Vien da chiedersi come possa essere venuto in mente al Maestro di organizzare così il concerto e lui stesso lo spiega raccontando dei suoi soggiorni, ripetuti nel corso di molti anni, nelle abbazie dove i monaci hanno abbandonato ogni minima forma di contatto con il mondo esterno per dedicare tutte le energie alla ricerca del Volto di Dio. Evidentemente il sapore inconfondibile di questa esperienza mistica è rimasto nell’anima di Giovanni Vianini, quando, lavorando in silenzio nel caos della città, continua senza sosta e con lo stesso entusiasmo di bambino a lodare Dio con la musica. A noi è piaciuto chiamarlo «il maestro degli angeli».

lunedì, 20 dicembre
© 2004 Roberta Arinci

Inserito Lun - Dicembre 20, 2004, 02:02 p. in

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