E danzando canteranno…

… «Sono in te le mie sorgenti» (Sal. 89). La danza sacra indiana a tema cristiano: un’innovazione nella tradizione, articolo di Roberta Arinci pubblicato da «Popoli », mensile internazionale dei pp. Gesuiti, nel numero 3 del marzo 2005 …

La danza in India ha origini sacre che intrecciano mito, liturgia e cosmogonia. Siva, una delle divinità della Trimurti, la trinità indiana, danza per insegnare agli uomini e agli stessi dei la via della realizzazione spirituale. Come il divino è presente ma velato, anche Siva si manifesta in molti modi: nella sua forma di Nataraja, signore della danza (dove “nat” sta più precisamente per teatro che danza soltanto) crea l’universo facendolo emergere dal caos primigenio, imprimendo un ordine alla materia con la regolare scansione del ritmo. Il ripetersi della sua danza, insegnata agli umani, è dunque liturgia per eccellenza: offerta sacrificale, memoria e ringraziamento.

In questo filone religioso e artistico (dove le due componenti non si separano mai) si inserisce il lavoro di un missionario verbita tedesco, Padre G. Proksch che, a partire dalla seconda metà degli Anni ‘60, nello spirito del Concilio Vaticano II, vide nella danza indiana un efficace strumento di divulgazione della Parola. Padre Proksch utilizzò il linguaggio espressivo della danza indiana per portare il Vangelo agli indiani e fondò e diresse il Gyan Ashram su una collina della periferia di Mumbay. I limiti artistici del suo lavoro sono nella scelta delle danze semi-classiche: non si poteva richiedere un impegno professionale alla grande massa di danzatori da lui usati. La semplicità delle coreografie gli permise, altresì, di avere molti danzatori, ed è così che ottenne un grande successo religioso e sociale (locale).

Francis Barboza, sacerdote indiano verbita, artista di raro talento e di profonda sensibilità spirituale, ha sviluppato ulteriormente questo lavoro, inserendolo nei rigidi codici della danza classica Bharata Natyam, originaria del Sud dell’India. Nei testi indiani sulla danza, infatti, non emerge che la danza sacra debba rimanere ristretta alla religione indù e le innovazioni di Francis Barboza sono state, dopo un'iniziale diffidenza, approvate dalla élite artistica indiana come assolutamente valide. Un patrimonio gestuale, ricco e complesso, permette al danzatore di Bharata Natyam di esprimere qualunque cosa, sia un'azione concreta sia un concetto astratto, in quella pantomima che incarna il concetto di “nat”, ossia azione scenica. Come le parole sono polisemiche, così ogni gesto della mano ha più significati e quindi differenti possibilità di utilizzo; il danzatore le memorizza tutte e non può modificare a suo piacimento queste impostazioni. Può, però, inserirle in un discorso, organizzarle liberamente in una sequenza o accostarle per formare nuovi concetti astratti (quali, nel caso dei temi cristiani, lo Spirito Santo, la Madonna, Gesù, e così via). In questo modo è stato possibile realizzare le splendide coreografie che rappresentano i fatti salienti della vita di Cristo, grazie anche all’aiuto di un grande erudito della danza indiana, il Prof. C.V. Chandrashekar (di fede indù), sotto la cui supervisione Barboza si è laureato all’Università di Baroda.

Il grido
Forma sofisticata d’arte di grande eleganza e meditazione in movimento, secondo i dettami della preparazione spirituale del danzatore indiano, il Bharata Natyam a tema cristiano ha colpito profondamente anche me, quando ho potuto assistere a uno spettacolo di Barboza, ospitato nel 1987 dai Gesuiti nell’Auditorium San Fedele a Milano. Da allora continuo a studiare danza indiana e collaboro con Barboza, danzando in tournée con lui e con il suo gruppo in Spagna, Germania, India e Italia. In sintonia con una ricerca di sincretismo delle religioni, questo lavoro è un tentativo di fare un'esperienza di preghiera attraverso l’arte. Ogni luogo è adatto purché vi sia silenzio e raccoglimento. Nelle chiese in cui sono stata invitata a danzare (San Lorenzo alle colonne a Milano, il Duomo di Monza) ho provato grande emozione, certo, ma ogni volta, in ogni luogo, è una esperienza viva e pulsante dello Spirito che pervade ogni essere… nella gioia della condivisione.



Aspetti spirituali

L'attore-danzatore di teatro-danza sacro indiano agisce con consapevolezza e profondo rispetto nel presentare i Sacri Misteri. Come il cantore di canto gregoriano, egli fa silenzio nell’anima prima, durante e dopo lo spettacolo. Si può dire che la danza indiana stia al teatro di prosa e alla danza occidentale come il  gregoriano sta alla polifonia sacra. In quest'ottica, gli stessi applausi sono graditi alla fine come il gioioso ringraziamento di un pubblico che ha partecipato intimamente, ma non sono mai cercati né incoraggiati. Non esiste il "bis", anche perché è una danza che in India ha sempre fatto parte della liturgia e quindi sarebbe come ripetere una parte della messa per far piacere al pubblico.

La rappresentazione dei Sacri Misteri in danza indiana stimola alla contemplazione come la santa icona, di cui condivide i fondamenti teologici. Il messaggio cristiano viene trasmesso in modo estremamente comprensibile. Per noi, cristiani d’Occidente, questo messaggio danzato conserva la forza del kerigma, acquistando un significato tutto particolare. Episodi biblici sui quali è scesa la polvere del tempo, offuscando i colori del consueto quadro che la storia dell’arte europea ci ha abituati a vedere, ricevono nuova luce dal linguaggio articolato e spiritualmente illuminato della danza sacra indiana. Uno spettacolo di questo tipo ha quindi un alto valore di apostolato cristiano.

Il danzare con devozione al Signore e dedizione alla disciplina artistica dà lode a Dio come la danza di Davide intorno all’Arca (numerosi sono gli esempi nella Bibbia).

Conclusioni

Vorrei lanciare una sfida (forse già in atto) per la divulgazione e lo studio della danza sacra a tema cristiano, nell’ambito di una ri-sacralizzazione della vita. Non escluderei anche l’uso della danza in funzione della liturgia, a patto che nasca in seno alla liturgia stessa. I vantaggi sarebbero molti: una rivalutazione del corpo fuori dagli eccessi edonistici, assoggettandolo senza mortificarlo come nello yoga, per un corpo "trasfigurato"; una purificazione delle emozioni, usate come veicolo per la contemplazione, analogamente ai dettami degli esercizi spirituali di Sant’ Ignazio; una riscoperta della bellezza come armonia di vita trinitaria, per una glorificazione della vita che è sì lode, bene, arte, bellezza ma è soprattutto vita, anteriore a tutto questo: il più grande dono di Dio.

Inserito Mer - Agosto 10, 2005, 11:57 m. in

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